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Federico Chiarelli

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November 30

Quei Favolosi Anni Ottanta

 

Vi ricordate gli anni ottanta? Gli anni in cui la parola d’ordine era “stupire”, gli anni delle giacche con tre etti di spalline, gli anni dei capelli cotonati...In quel periodo la musica era in una fase direi sperimentale; affioravano le nuove tecnologie come la batteria elettrica e la pianola con la tracolla, e tutti morivano dalla voglia di usarle. Si impazziva dietro a queste nuove sonorità, tant’è che ormai i testi delle canzoni non avevano più quell’importanza di una volta, l’importante era il ritmo. Se il ritmo era buono, le parole passavano subito in secondo piano, servivano solo delle rime baciate. Non c’era nemmeno bisogno che avessero un senso, l’importante era che fossero orecchiabili. Spinti da questa nuova moda, molti artisti decisero di tentare la strada del successo, tanto non bisognava essere grandi poeti, bastava un chitarrista, uno con la pianola dalla quale partiva il ritmo di base, ed una bella voce. E fu così che persone come Heather Parisi e Cristiano Malgioglio, riuscirono a cavalcare l’onda del successo. Fortunatamente l’onda incontrò presto degli scogli, ma durò sufficientemente a lungo per regalarci piccoli “capolavori”.  

 Umberto Tozzi, nel 1980, fece un disco dal titolo “Tozzi”, ed il primo pezzo dell’album era “Stella stai”. Mi sono preso la licenza di analizzarne il testo, e questo è quello che sono riuscito a carpire.

 Stai stella stai su di me, questa notte come se fosse lei, fosse Dio (esagerato), fosse quello che ero io (ma che cosa?). Polaroid, stella stai, dolce vento di foulard (è tipo il ponentino, ma un po’ più freddo) visto mai, visto mai che mi sospiri di più, che mi sospiri di blu (come si fa a sospirare di blu?). Stai stella stai come lei (lei chi?) meno donna e un po' gay (un trans...) chi lo sa (bèh, se non lo sai tu.. Ti conviene scoprirlo al più presto, prima che sia troppo tardi) tanto sei la mia stella stella stai (contento te). Corpo a forma di esse (una scoliosi pazzesca!!), dolce piede sul mio gas (forse era caz...), quando vo (qui ricorda i sui lontani parenti toscani), quando sto (deciditi), per sospirarti di più, per sospirarti di blu (l’unico motivo per sospirare di blu è per fare la rima...). Sì sì sì sì sì sì. stai stella stai finché c'è nei suoi occhi un S.O.S. (attenzione: lei è in pericolo ma....) che mi da brividi (... ma a lui pare gli faccia schifo. E te credo: un trans con una schiena inguardabile e gli occhi spiritati... vorrei vedere te al suo posto) tipo quando al sole stai (ma se sei al sole non hai i brividi), e la vuoi (chi?) e ti vuoi (come?) e non dormiresti mai (ma perché???), stella stai stella tu, per sospirarti di più, eh eh (ride perché ha trovato la rima) per sospirarti di blu (ancora in rima), stai, stai, stai, stai, stai. Colorando il cielo del sud chi viene fuori sei tu, sei tu (va bene che sei di Torino, ma guarda che al sud il cielo è uguale al “tuo”), colorando un figlio (????) si può dargli i tuoi occhi se no, se no (se no che?), che torno a fare a questa porta (ma quale porta???), voglio tenerti fra le mie braccia, altrimenti torno a lei (ma siamo si curi che sia di Torino? A me non sembra nemmeno italiano!), lo sai, per questo stella stai (rima geniale...). scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola. (ma che c’entra?) Eh ciao Canada te ne vai in bicicletta che non sa darmi altro che guai (e te credo! Tutto il Canada sulla tua bicicletta!!!! Quella si rompe) ma ho bisogno anche di te stella, stai su di me (pure??!! Quindi siete tu, tutto il Canada e pure il trans con la scoliosi, tutti sulla bici??!!), questa notte su di me (certo, perché sennò di giorno era troppo facile...). Stella stai, stella tu per sospirarti di più eh eh per sospirarti di blu (di nuovo le splendide rime baciate). Sì sì sì sì sì sì sì. stai stella stai finché c'è nei suoi occhi un S.O.S. (traduzione: stella, rimani in groppa finché non ce la fai più, finché non ti tornano gli occhi spiritati!!) che mi da brividi tipo quando al sole stai (questa storia del sole e dei brividi ancora non mi è chiara), e la vuoi (forse la crema solare?) e ti vuoi (mah..) e non dormiresti mai (ma come, dopo tutta la faticaccia che hai fatto in bicicletta??!!), stella stai stella tu, per sospirarti di più, eh eh per sospirarti di blu (fa rima e c’è! Stacce...), stai, stai, stai, stai, stai (vedi, te lo dice pure lui: Stacce!). Colorando il cielo del sud chi viene fuori sei tu, sei tu, colorando un figlio si può dargli i tuoi occhi se no, se no (questo splendido concetto bisognava ribadirlo, altrimenti a qualcuno sarebbe potuto sfuggire), che torno a fare a questa porta, voglio tenerti fra le mie braccia, altrimenti torno a lei, lo sai, per questo stella stai (cioè, lei lo sa che rischia di perderlo, e lui le fa anche i ricatti!). scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, Per sospirarti di più stai, stai, stai ... Per sospirarti di più stai, stai, stai ... (e per fortuna finisce qui...)

 Grazie Umberto, ti saremo eternamente debitori 

Per chi volesse ascoltare la canzone... http://it.youtube.com/watch?v=aVcJw3M4Xp0

September 25

Saturday Rock

   

Tredici settembre, sabato sera. Appuntamento con gli altri a piazza Navona davanti al negozio dei peluche; inutile organizzare una carovana, tutti sanno la strada, ci vediamo lì. La mia macchina è molto fortunata e troviamo parcheggio prima degli altri. All’appuntamento siamo i primi, e quindi si aspetta. La melodia di una chitarra elettrica riecheggia nell’aria, smorzata dalla parete umana che circonda l’estro degli artisti di strada. All’inizio sembrano tentativi di accordare lo strumento, poi le note si fanno chiare. Io e Bruno/Francesco ci scambiamo uno sguardo a punto interrogativo come a dire “senti anche tu quello che sento io?”. La nota seguente ci chiarisce le idee: dietro l’angolo, di fronte all’entrata di un albergo, un gruppo di cinque persone stava intonando i primi accordi di Stairway To Heaven. Lasciamo gli altri e ci uniamo alla folla, che era molto più grande di quello che sembrava. Il cantante era in piedi davanti al microfono, con al collo una chitarra acustica. Sandali ai piedi, pantaloni grigi, camicia a maniche corte e capelli ricci incolti. Dietro di lui gli altri quattro a semicerchio. Il primo, quello più vicino a noi, un ragazzo, era tutto arroccato su di una sedia pieghevole, ingobbito sulla sua chitarra elettrica. I capelli lunghi gli coprivano il volto, si riusciva solo a vedere la sigaretta che aveva in bocca, e che necessitava urgentemente di una ciccata, ma lui niente, ormai era un tutt’uno con la chitarra. E la suonava veramente bene. Dalla parte opposta un signore sulla quarantina, armato anche lui di una sedia, occhiali da vista anni settanta e baffetti alla Magnum, P.I., dava il tempo a tutto il gruppo con un vecchio jambe. Accanto a lui una ragazza, magra, capelli corti, pantaloni di lino e canotta rossa, riusciva a seguire i suoi compagni con un flauto traverso, come a dare quel tocco di fantasia in più. In ultimo, ma solo per apparizione, un altro chitarrista, sembrava uscito dal set di Top Gun: stivali a punta, jeans, maglietta, giubbotto di pelle e capelli corti. Il cantante se la cava egregiamente, ed è proprio un piacere starli ad ascoltare. Arriva il momento strumentale e, a sorpresa, è la ragazza col flauto a fare l’assolo. E mentre lei è lì che soffia come una disperata, i chitarrista col giubbotto di pelle da una pacca al cantate e gli dice “dopo faccio io un assolo!” a testimoniare che la cosa non era preparata. La ragazza continua a suonare e il chitarrista la guarda trepidante, non vede l’ora che arrivi il suo turno. Poi tocca a lui; niente male. Il pezzo finisce tra gli applausi del pubblico, e il ragazzo curvo sulla chitarra può finalmente far cadere la cenere che pendeva dalla sigaretta da ormai cinque minuti, sfidando le leggi della fisica.

Vedere, quelle persone che suonavano solo per il gusto di farlo mi ha rallegrato; mi ha fatto ricordare la mitica calle Florida, a Buenos Aires, una splendida via pedonale del centro. Lì non potevi fare venti metri che subito trovavi degli artisti di strada. Naturalmente il tango andava per la maggiore, ma comunque potevi trovare una po’ di tutto. Era bello passeggiare per il centro e assaporare la loro fantasia, la loro passione. Credo che gente come loro sia indispensabile per colorare le vie della città con la loro allegria. È gente semplice, e da loro ci si ferma volentieri, sono sempre un’immagine gradevole agli occhi di tutti, e ti fanno pensare che in fondo basta poco per essere felici.

September 04

Otto e Quindici

 

Biliardo01

Ricordo perfettamente la prima volta che giocai a biliardo: ero ad Ovindoli, ospite di un mio amico. Aveva una casa in un residence poco fuori il paese, e lì c'era una sorta di sala giochi aperta ai soli residenti. In un tardo pomeriggio, dopo una giornata intensa passata sulle piste, nell'attesa che fossero tutti pronti per andare a cena io e Marco, il mio amico, decidemmo di ammazzare il tempo in quella, più che mai desolata, sala giochi. Tra le varie attrazioni fummo subito catturati da questo immenso tavolo verde, un po' impolverato. Il gioco ci prese subito e, messe le prime palle in buca, ci sentivamo gia dei piccoli campioni. Dopo circa quaranta minuti di allenamento, ci raggiunse il padre di Marco che subito ci propose una sfida: lui e sua figlia, la sorellina di Marco che all'epoca non credo avesse più di tredici anni, contro noi due. Dopo un rapido e furbesco sguardo di intesa, come a dire "non aspettavamo altro!", accettiamo. Purtroppo il mio amico non sapeva che il padre era meglio conosciuto come il signor quindici palle; mi limito solo a dire che tutti i nostri sogni di gloria furono spazzati via in poco meno di un quarto d'ora.

La mia seconda partita l'ho giocata quando frequentavo il primo anno di università. Era mattina, e non avevamo la minima voglia di seguire le lezioni, abbiamo preso la macchina e siamo andati a Prati, dato che un mio amico conosceva questo locale. Anche lì ricevetti lezioni di gioco, ma anche complimenti per le mie potenzialità. Da lì ebbe inizio un susseguirsi di salti di lezioni per andare al Travaso, nota sala da biliardo del quartiere fleming. Eravamo lì quasi ogni giorno, ormai conoscevamo il proprietario, un vecchietto arzillo che ci aveva preso in simpatia, e non si tirava mai indietro dal darci utilissimi consigli. In realtà non ho mai capito come si chiamasse; tutti lo chiamavano Sebbi, ed io quindi mi accodavo. "Ciao Sebbi. Ciao ragazzi", era divenuta ormai una sorta di codice, una parola d'ordine per entrare. Lì le nostre capacità si sono affinate, e per un paio d'anni è stata una tappa fissa di molte mattine. Poi gli impegni universitari sono diventati più intensi, e piano piano abbiamo dovuto dire addio al Travaso.

Per quanto mi riguarda però, non ho abbandonato il gioco, dato che con Marco avevamo raggiunto un tacito accordo, ed ogni martedì sera si andava a giocare in un locale dietro viale Libia. Grazie al biliardo ho potuto conoscere meglio Silvia, dato che lei e la (allora)ragazza di Marco spesso ci facevano compagnia. Ho poi scoperto che il biliardo non le interessava molto, era solo una scusa per far si che io e Silvia potessimo frequentarci. Infatti, una volta che ci siamo messi insieme, non sono più venute con noi... Io e Marco però non abbiamo mollato: il martedì sera era ormai un'istituzione.

Una sera di un anno e mezzo fa, finite le nostre partite, siamo andati a pagare. Purtroppo avevamo giocato più del previsto e non avevamo abbastanza soldi; stupidamente non avevo controllato le mie risorse economiche prima di uscire. Ci mancavano circa novanta centesimi e naturalmente il proprietario non ha esitato a farci uno sconto caritatevole. Andando via  Marco aggiunse: "Glieli portiamo la prossima volta, tanto veniamo sempre!". Le ultime parole famose. Da quel giorno non siamo più riusciti ad andare a causa di impegni vari, fino a ieri. Siamo tornati in quel locale dopo circa un anno e mezzo di stop. Naturalmente non si potevano ricordare del nostro ammanco, però noi non abbiamo potuto fare a meno di ricordarcelo con naturale ironia.

Per la cronaca, ieri ho perso per due partite a una, ma non importa: sono stato contentissimo di poter giocare di nuovo con il mio amico. Naturalmente la serata prevedeva anche piacevoli conversazioni... Per quanto riguarda le mie abilità di gioco, devo dire che ho ancora tanta strada davanti a me, e questa lunga pausa non ha sicuramente giovato al mio estro. Comunque prima o poi riuscirò a fare un cazzo di tiro ad effetto!

July 04

Pubblicità Progresso

 

Qualche tempo fa, su radio rock Italia (una radio romana: 90 o meglio 89.95 FM, a seconda della zona, www.radiorockitalia.it in streaming, per chi non la conoscesse) hanno passato questa cover, probabilmente con lo stesso intento di questo post. Inizialmente, appena ascoltato il pezzo, avevo pensato di pubblicare qualcosa sul mio blog, denunciando la mia indignazione; poi riflettendo meglio, e più che altro riascoltando la canzone, cambiai idea. Non potevo infettare il mio spazio web con una tale porcheria. Ma poi in questi giorni mi sono ricordato delle pubblicità progresso che passavano in televisione, in special modo quelle riguardanti l'infezione del virus dell'AIDS. Naturalmente lo scopo era quello di prevenire nuovi contagi. Della serie: se lo conosci, lo eviti. Allora mi sono deciso. La gente deve sapere, deve esserne a conoscenza, in modo tale da proteggere noi stessi ed i nostri cari.

Non credevo che quella sagoma di Marco Masini potesse mai osare tanto... E' proprio vero: al peggio non c'è mai fine.

P.S. Se qualcuno fosse a conoscenza di scempi simili o addirittura peggiori (anche se dubito che ci sia qualcosa di peggio), può tranquillamente usufruire di questa pagina per salvaguardare l'intera umanità.

June 19

Anche il prof ha un cuore

ferretti302an2L'Italia è passata ai quarti! e non solo, lo ha   fatto battendo la Francia, i nostri rivali di sempre. Motivo in più per festeggiare!

Già da lunedì cominciavo ad accusare i primi sintomi di un beffardo raffreddore, e ieri il tutto si è amplificato: nel tardo pomeriggio il naso era tappato, e la temperatura del mio corpo non prometteva nulla di buono. Le mie condizioni mi hanno costretto a rinunciare a vedere la partita con gli altri, che, da bravi amici quali sono, se la sono legata al dito, alludendo che stessi fingendo il mio malessere... maledetti... Inizia la partita ed io sono sdraiato sul divano, in perfetto stile Pietro, aspettando che sia pronta la cena. Al gol di Pirlo non ho avuto il coraggio di urlare; la gola bruciava  e non volevo peggiorare la situazione. Il raddoppio è stato scandito dalle grida dei miei, mentre io non ho potuto fare altro che alzare il pugno al cielo in segno di gioia. Finita la cena brandisco speranzoso un’aspirina, affidandomi ad un miracolo del FANS. E poi ecco l’inaspettato: triplice fischio dell’arbitro che sancisce la fine delle ostilità; i giocatori in campo si abbracciano, ridono, urlano. Le telecamere si spostano sulla panchina dell’Italia e inquadrano Donadoni che salta dalla gioia, mentre viene placcato da altri due che lo abbracciano energicamente. E in questa atmosfera di festa un insolito Ferretti, il medico della nazionale, salta come un bambino, urla, si dimena. Ma no, non può essere lui, non può essere il mio professore, colui che vedo ogni mattina in reparto, che non accenna mai un sorriso, sempre sul piede di guerra, irascibile come un’ape. Lui, che non ti degna nemmeno di uno sguardo (in realtà una volta mi ha guardato, ma solo perché inavvertitamente mi era venuto addosso durante un giro visite), è lì, felice come una pasqua, che elargisce abbracci come se fossero interventi di artroscopia al ginocchio; grida di gioia, prova emozioni!! Non so se il merito lo devo attribuire all’infallibile acido acetilsialicilico che iniziava a fare effetto, oppure al fatto di aver scoperto che anche il mio prof ha un cuore, fatto sta che iniziavo a sentirmi meglio. Grazie agli azzurri ho potuto vederlo sotto un’altra luce, grazie a loro l’Italia intera continua a sperare in un Europeo che era iniziato nel peggiore dei modi, e grazie a loro un uomo, forse, continua a sognare.

Il calcio è un gioco meraviglioso.

 
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